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IL RISORGIMENTO A COMISO

Sintesi storica sul periodo Risorgimentale a Comiso, tra il 1860 ed il 1862, attraverso i documenti in possesso dell'Archivio Comunale

  

mostra

   

NOTA DELL'AUTORE:

Questa sintesi storica sul periodo risorgimentale a Comiso, nel 140° anniversario dell'Indipendenza della Sicilia dal dominio borbonico, è la rivisitazione degli avvenimenti successi a Comiso tra il maggio del 1860 ed il febbraio del 1862 attraverso i documenti in possesso dell'Archivio Comunale. Per questo motivo mi è sembrato superfluo annotare ogni riferimento documentario dal momento che tutte le citazioni sono tratte dai documenti dell'Archivio del nostro comune. La citazione, a volte prolissa, del documento serve per il visitatore della mostra che non ha confidenza con le carte antiche e che comunque essendone attratto ha la possibilità di vedere il documento e capirne il senso.

1. La Rivolta.
La prima città dell'ex Contea di Modica ad issare il tricolore (sulla Chiesa di S. Giovanni) è Ragusa il 16 maggio del 1860. La notizia delle feste e dei tripudi che in quella città sono accaduti viene portata a Comiso da tale Giuseppe Savarese il quale invoglia tutti a fare causa comune con la città di Ragusa. Il capo dei Rondieri municipali, Salvatore Terranova, istigato dai "sorci" (coloro che parteggiano per i borboni), non vuole farlo parlare nonostante il sindaco Biagio Pace avesse dato ordini categorici in merito. Savarese non si lascia intimidire e parla lo stesso alla folla annunciando la venuta da Ragusa di una persona con notizie più concrete. Le parole di Savarese creano non poco scompiglio tra la popolazione tant'è che il comandante della Guardia Urbana, Filippo Spada, cerca di calmare tutti ricordando la fine dei moti precedenti e consiglia la città a mantenere una posizione filoborbonica. Ma ormai la miccia della rivolta è partita. Le notizie giungono in modo frammentario dal momento che neanche il telegrafo tra Modica e Noto funziona. In quei momenti di indecisione basta un niente per far scoppiare la rivolta. Padre Gaetano Rimmaudo, già artefice comisano della congiura mazziniana a Vittoria e Comiso del 1853, saputo che Modica e Scicli sono insorte il 17, scrive il 18 maggio a Luciano Nicastro, patriota ragusano, per comunicargli che anche Comiso partecipa al movimento insurrezionale e che è necessario avere disposizioni sull'ordine pubblico e sull'epigrafe della bandiera. La lettera inviata con una staffetta viene intercettata al ritorno con le istruzioni. Queste conosciute dal giudice Miccichè, lo stesso che aveva giudicato Rimmaudo per i fatti del '53, ordina l'arresto del padre che è costretto a fuggire. Gli altri capi liberali Emanuele Calogero, Mariano Scilla, Isidoro Criscione, Giuseppe Ciarcià, Clemente Ferreri e Vincenzo Morso si trovano nell'incertezza sul da farsi. Ci pensa la folla impaziente a toglierli dall'impaccio raccogliendosi in piazza, distruggendo gli emblemi borbonici ed invocando l'innalzamento del tricolore sul palazzo civico e la formazione di un Comitato Civico.
La cronaca succinta di quanto avviene mercoledì 19 maggio è riportata nella lettera che il presidente del Comitato di sicurezza pubblica, marchese Clemente Ferreri, scrive il 24 maggio al Comitato centrale di Castrogiovanni (antico nome di Enna) per comunicare ufficialmente la "pronunziazione di Comiso e metterci a chiaro di ogni novità spedendo de' corrieri a nostro carico, e ciò pel trionfo desiderato".

2. Il Comitato.
"Il popolo comisano al pari degli altri siciliani rivendicando i suoi poteri oggi stesso riunito all'appello della Campana nella Chiesa de' PP Filippini unanimamente ha eletto un Comitato provvisorio di salute pubblica, al quale ha conferito la pienezza dei poteri, abrogando ogni altra Superiore Autorità". Il comitato di salute pubblica decide comunque che tutte le autorità Amministrative, Giudiziarie e Finanziarie restino al loro posto "sino a nuova disposizione onde la macchina Governativa non soffrisse ritardo veruno". La condizione necessaria e indispensabile è che tutte le autorità devono prestare davanti al Comitato il Giuramento di fedeltà al nuovo ordine che si è costituito. Riunitosi per la prima volta il 21 maggio alle ore ventitre e mezza nella Cancelleria comunale, il comitato stabilisce alcune regole interne e per la gestione dell'amministrazione.
Il Comitato dovrà riunirsi ordinariamente due volte la settimana, (mercoledì e domenica) alle ore quattordici e straordinariamente quante volte il presidente lo ritiene necessario, "attesa l'urgenza degli affari a procedere". Il comitato si intende riunito, nel numero legale, quando intervengono i due terzi dei componenti e la deliberazione è presa legalemente quando vi è la "maggiorità dei votanti". Per le spese urgenti ed impreviste che possono occorrere e "l'urgenza delle quali non permetta una regolare anticipata autorizzazione...resti il Sindaco autorizzato ad ordinare siffatti esiti...ed il cassiere ad erogare quelle somme contro biglietto del Sindaco" che dovrà dopo dare conto al Comitato della "legalità di siffatti esiti".

3. I membri del Comitato.
I protagonisti dell'insurrezione di Comiso, così come negli altri comuni iblei, provengono per la maggior parte dai ceti della nuova borghesia delle professioni anche se non manca qualche "onesto cittadino" e qualche nobile che è sinceramente avverso al regime borbonico, senza darlo a vedere, ma pronto ad appoggiare il comitato per difendere l'integrità dei propri beni.
Tra i protagonisti troviamo il dott. Emanuele Calogero, futuro sindaco di Comiso, il prof. Mariano Scilla tra i ceti della borghesia; Isidoro Criscione, Giuseppe Ciarcià, Clemente Ferreri e Vincenzo Morso rappresentanti di quelle famiglie che, pur restando alla finestra, sono pronte ad appoggiare il nuovo corso. Vediamo in dettaglio chi sono i membri del Comitato di pubblica sicurezza e che F. Stanganelli indica come patres conscripti (Senatori) di Comiso.
Il popolo riunito nella Chiesa di S. Filippo Neri elegge presidente del Comitato il Marchese Clemente Ferreri, "proprietario ed ottimo cittadino" con una quota d'imposta di 422 ducati e grana 14 che risulta essere la più alta tra gli elettori del 1860. Vice presidenti sono nominati don Isidoro Criscione, ottimo cittadino e col grado accademico e don Rosario Cabibbo cantore, con dignità ecclesiastica e una discreta quota d'imposta (circa 35 ducati). Segretario del Comitato viene eletto Don Mariano Scilla, professore di Scuola di Grammatica, fervente mazziniano e che ritroveremo nel 1862 ancora protagonista.
Gli altri dodici membri rispondono ai nomi del barone don Pietro Coglitore, di origine palermitana, don Leonardo Cabibbo, onesto cittadino, don Salvatore Adamo, avvocato con il grado accademico, don Vincenzo Mezzasalma, medico, don Biagio Pace, laureato in legge ed ultimo sindaco prima dell'insurrezione, don Vincenzo Morso, originario di Terranova ha ricoperto a Comiso cariche amministrative, don Francesco Presti, laureato in legge, don Cesare Leopardi, medico con il grado accademico, don Giuseppe Ciarcià, ottimo cittadino, don Bartolomeo Occhipinti, civile proprietario, don Raffaele Perrotta, difensore.

4. Gli atti politici del Comitato di Salute Pubblica (maggio-giugno 1860).
Il primo problema che il Comitato di salute pubblica si trova ad affrontare è relativo alla sicurezza interna "onde tutelare il paese da ogni turbamento che potrebbe invertire il nuovo ordine non che per sorvegliare le proprietà". Il Comitato nella seduta del 21 maggio nomina don Filippo Spada capo della forza pubblica, dal quale "da oggi innanzi dipenderà detta forza, -assegnando con giuramento ogni responsabilità-. La forza urbana preesistente rimane al suo posto così come tutti i funzionari amministrativi, finanziari e giudiziari che però rimangono alle dipendenze del Comitato "sino a nuova disposizione". Da sottolineare in questo contesto politico il ruolo del Giudice che, se da una parte viene lasciato al suo posto, dall'altra gli viene tolto il comando "dell'odiosissima Polizia", privandolo di fatto di qualunque potere.
Per curare al meglio tutti gli affari della pubblica amministrazione il Comitato decide, nella seduta del 23 maggio, di dividersi in due sessioni. Sono incaricati i cittadini don Biagio Pace, don Pietro Coglitore, don Salvatore Adamo, don Vincenzo Morso "di tutto quanto possa riguardare l'annona e l'amministrativo", "la sessione seconda sotto nome di sicurezza pubblica sarà composta dei cittadini don Leonardo Cabibbo, don Bartolomeo Occhipinti, don Raffaele Perrotta, don Cesare Leopardi e questa sessione veglierà al buon ordine del Paese ed al servizio di tutta la forza sia civica che municipale...".
Lo stesso giorno il comitato decide di inviare una staffetta a Castrogiovanni, lettera sopra citata, "essendo necessario essere a conoscenza del progresso rivoluzionario, e mettersi di accordo col comitato centrale, da cui chiedere le opportune istruzioni". Malgrado i tentativi del Comitato di avere notizie certe, in quel momento è solo l'incertezza di quello che sta avvenendo lontano da Comiso, a determinare le scelte del Comitato con ripercussioni nella vita pubblica del paese. Il brancolìo nelle tenebre da parte del Comitato è evidente nella lettera firmata dal presidente Ferreri al presidente del Comitato Generale di Palermo il 6 giugno 1860 in cui si comunica la pronunziazione di Comiso. Tra l'altro il Ferreri scrive: "Non si è potuto pria d'ora adempire a questo sacro officio perché difficile anzi impossibile la corrispondenza in modo che la capitale è stata da noi divisa quasi a mille miglia, ciò che ci ha lasciato assolutamente nelle tenebre di ogni disposizione Governativa; in conseguenza degnate rimetterci a giorno di tutto, tanto nel ramo amministrativo e finanziario quanto pella istituzione della Guardia Nazionale".
Nell'incertezza della situazione a farne le spese è la cassa comunale che, pur non navigando in acque tranquille, deve far fronte a spese straordinarie come la "somministrazione della cibaria ed alloggio alla colonna mobile da Modica che transitò da qui il giorno 20 maggio", al costo delle staffette con i vari comitati dell'area della ex Intendenza e con quelli degli altri comuni siciliani dal momento che le vie ufficiali, usate fino al maggio 1860 sono inutilizzabili perché fuori uso o per prudenza.
L'esazione delle multe e delle tasse viene inoltre resa difficile dal momento di turbamento nella città. Nelle note a margine del verbale di chiusura di cassa dell'esercizio 1860 così è giustificato il mancato introito delle multe (superiore a quello ammesso nello stato discusso): "l'incasso non poté eseguirsi totalmente sul motivo che ai multati non fu il caso portarli alle buone a pagare, nè anco con procedure si spera però che nel nuovo esercizio si esigeranno dal novello cassiere" e delle tasse: "...scoppiata la rivoluzione pel risorgimento Italiano non fu possibile poter esigere somma alcuna dagli occupanti posti fissi, né dagli occupanti posti volanti che anzi quest'ultimi minacciavano di vie di fatto il collettare". Ma a pagare non sono nemmeno gli arrendari dei dazi sui generi alimentari perché "scoppiata poi la rivoluzione tutti i significati nel ruolo suddetto si ostinarono a voler pagare, né valsero preghiere, avvisi, bandi pubblici, procedure, minaccia di commissari, a segno che gli uscieri temevano a rilasciare semplici atti coattivi".
A tutti questi problemi si aggiungono le richieste di cittadini che, causa la crisi economica del periodo, chiedono sovvenzioni varie. E' il caso degli uscieri del Giudicato che "venuto meno il corso degli affari ..." chiedono di essere soccorsi per alimentarsi "...attesa la magnanimità e filantropia di questo colto comitato...", del "Servo Comunale senza soldo", dei pastai che non possono vendere la farina al prezzo stabilito dai commissari per l'annona perchè i "prezzi dei frumenti di buona qualità per pasta sono sempre alterati", dei macellai che "lo bestiame di ogni specie lo comprano a caro prezzo", dell'Usciere Percettoriale, che vivendo con il provento giornaliero chiede di "sollecitare contribuenti per il pagamento del contributo fondiario", dei corrieri che, costretti a vivere con un "tenuissimo soldo" chiedono qualcosa per poter sostentare le loro famiglie.
Per tutte le richieste il Comitato rimanda alla sessione annona e se, è il caso ad una riunione straordinaria del Comitato di cui però non v'è traccia. Solo per i corrieri il presidente, nella nota a margine della supplica, rimanda ad un accordo con gli altri comitati di Vittoria, Biscari e Santa Croce, essendo di interesse comune l'invio degli espressi per sapere l'andamento della rivoluzione. Il consiglio civico cercherà di mettere ordine alle finanze comunali dalla fine di giugno del 1860 (prima seduta 29 giugno) quando la situazione politica sarà più definita.

5. Il carteggio del Comitato.
I destinatari del carteggio del Comitato di Comiso nel periodo in cui regge il potere sono tre: il popolo, Garibaldi e Vittorio Emanuele II. L'ordine cronologico sembra far cambiare la prospettiva politica. La scala gerarchica è capovolta quasi a voler sottolineare la natura popolare dell'insurrezione che, passando dall'esecutore materiale, consegna le province siciliane al sovrano ritenuto legittimo a reggere le sorti della nascente nazione italiana.
Il primo appello è diretto ai cittadini di Comiso e reca la firma del marchese Ferreri. La lettera-manifesto, datata 26 maggio, è una sorta di discorso di insediamento a presidente del Comitato. La datazione e le parole non lasciano alcun dubbio su questo carattere formale e al tempo stesso sostanziale del discorso. Vediamola in dettaglio.
"Cittadini. Ogni vostra operazione in tutti i tempi fu tipo ai vicini paesi d'imitazione tal che questa terra fu terra di ospitalità pei buoni e di conforto ai timidi, e ciò unicamente per non esservi allontanati dal retto tramite di giustizia e disciplina". L'elogio con cui Ferreri si rivolge ai comisani continua nelle righe successive rammentando l'importanza ed il rispetto delle istituzioni in questo preciso momento storico: "Sarebbe vano quindi raccomandarvi subordinazione ai magistrati, legalmente costituiti, rispetto alla proprietà, rispetto alle leggi, poiché meglio di me siete intimamente convinti non potersi conservar l'ordine senza di essi e più di ogn'altro in tempi eccezzionali". Queste parole risultano un po' stonate nel quadro di una rivoluzione che è ancora fresca di sette giorni ma sono in perfetta linea con l'atteggiamento gattopardiano che ha contraddistinto gran parte della rivolta siciliana del 1860. Per i possidenti e in genere il ceto più facoltoso che ha gestito la rivolta il cambiamento deve essere relativo. Cambia il monarca e la prospettiva politica generale ma le posizioni acquisite devono rimanere tali. Sono pochi infatti a volere una maggiore democratizzazione del sistema e a dare battaglia perché il cambiamento sia radicale. Una successiva frase di Ferreri è foriera di questa interpretazione quando, dopo i ringraziamenti per l'elezione a presidente del comitato, dice "...e pel dignitoso contegno col quale vi siete comportati". O tutto Comiso era per il "tutto cambi perché nulla cambi" o Ferreri cerca di tenere a freno, con l'elogio, i cittadini perché dopo continua dicendo "spero, anzi son certo che continuerete in questi sensi, persuaso ognun di voi che ogni civil risorgimento si riscatta col sangue e con abnegazione". Del sangue diremo dopo ma il discorso sull'abnegazione fa chiudere il cerchio: "...l'abnegazione però dobbiamo prestarla in ogni circostanza in bene della pace; laddove poi, ciò che non temo, per mala intesa interpretazione di libertà, s'intenda vendetta, gara municipale, innovazione di sorta, allora appoggiato dal vostro voto saprò respingerla ed annientarla, e sappi ogn'uno che di questi mezzi si avvale la tirannide per rafforzare i nodi della catena. Viva l'Italia, Viva Vittorio Emanuele, Viva Garibaldi".
La seconda lettera è indirizzata direttamente al generale Giuseppe Garibaldi ed è datata 5 giugno. Si tratta di un atto politico sufficientemente importante ma la lettera nel suo insieme non è altro che un elogio dell'uomo e di cosa rappresenta. Il Comitato di Comiso ripercorre tutte le vittoriose tappe di Garibaldi nella guerra d'Indipendenza e lo ringrazia per il generoso aiuto dato alla Sicilia nella guerra per la liberazione dall' "Esacrato Borbone". "Oggi dunque è ben giusto salutarvi come prima spada dell'Italico risorgimento, e riconoscere in voi il flagello dei tiranni, il Dittatore della nostra bell'Isola che già annessa all'immortale Vittorio Emanuele Re Costituzionale farà parte del grande ed uno Regno Italiano".
Garibaldi, per mano del segretario di Stato dell'Interno F. Crispi , risponde alla lettera del Comitato di Comiso esprimendo gratitudine ed essendo persuaso, "che i sentimenti che animano codesto popolo vi hanno profonda radice, e che i vicini comuni, prendendolo ad esempio, concorreranno tutti in sostegno della Santa causa, per la quale la Sicilia si è pronunziata e combatte".
Il terzo documento, privo di data perché si tratta di una minuta, è il proclama di annessione della città alla monarchia sabauda. Dopo la cronaca degli avvenimenti del 19 maggio e di come si è provveduto per gestire provvisoriamente il governo della città nonostante "si soffriva solo nel non poter partecipare a codesta capitale la nostra pronunziazione", il Comitato si lagna per la posizione geografica che vede i comisani "poco o nulla influenti alla Santa causa Italiana, per la quale da più lustri era ogni uno di noi prontissimo a versare il suo sangue". Il proclama si conclude solennemente: "Sappi intanto l'Italia, sappi l'Isola intera che Comiso a preferenza forse di ogni altro piccolo e remoto comune, ha partecipato, ha influito da più lustri al nostro Risorgimento e che come l'odiosa razza Borbonica, ai suoi satelliti furon sempre per voi oggetto di disprezzo, e di esacrazione; così il Magnanimo Vittorio Emmanuele già Nostro Re Costituzionale per voto spontaneo ed unanime fu e sarà per noi lo scopo della più sentita ammirazione e sincera accoglienza. Il Presidente".

6. I volontari di Comiso.
I primi giorni dopo l'insurrezione comportano per i membri del Comitato non pochi patimenti determinati, come abbiamo visto, dalla frammentarietà delle notizie. Con una staffetta giunge una cronaca di Giuseppe La Masa proveniente da Mezzoiuso e datata 19 maggio 1860 contenente l'invito ad arruolarsi nell'esercito garibaldino: "Alle armi prodi fratelli...". Marsala ed Alcamo sono già liberate e si marcia verso Palermo dove sono concentrate le truppe borboniche: "Tocca ora a noi armarsi in ogni guisa, organizzarsi, ed unirsi ai prodi che sulle montagne di Palermo, e nelle vicinanze combattono le truppe borboniche. I siciliani armati da Marsala a Partinico sono stati solleciti, ed innumerevoli ad ingrossare le fila della truppa Italiana...", "...I consigli comunali, o comitati sono incaricati dal comando Generale nello aprire una coscrizione volontaria...".
Il teatro della guerra è lontano e non fa nascere molto ardore nei comisani. A giustitificare, sia pure parzialmente, i cittadini è il problema della posizione geografica sottolineato dal marchese Ferreri nel discorso-manifesto del 26 maggio: "il nostro sangue certo sarà risparmiato per la geografica posizione". Il Consiglio Civico, con deliberazione del 2 luglio, stanzia una somma di diciotto ducati per ogni volontario. Dalla delibera di quel giorno si evincono i nomi di tre volontari: don Michele Adamo, don Giovanni Nifosì e don Sebastiano Romeo i quali "devono assumere la garanzia di consegnare in Palermo i suddetti volontari con tutte le cautele possibili, compresa quella dell'arresto personale".

7. Il nuovo consiglio civico.
La lettera del governatore del distretto di Modica del 25 giugno 1860 comunica al dott. Don Vincenzo Mezzasalma, presidente del consiglio civico del 1849, il ristabilimento del consiglio. Il governatore con i poteri "accordatemi dal Dittatore col Decreto del 17 Maggio ultimo, vengo a ristabilire codesto Consiglio Civico, di cui Ella è presidente nel personale al margine segnato".
Per precisa disposizione di Garibaldi i consigli civici dell'Isola devono ricalcare i consigli soppressi dalla restaurazione borbonica del 1849. Le uniche eccezioni sono gli impediti ed i defunti. Il presidente è don Vincenzo Mezzasalma, vice è don Cesare Leopardi Cilia mentre il segretario risponde al nome del borone don Isidoro Criscione che abbiamo visto nella qualità di vice del Comitato di sicurezza pubblica. Oltre a questi personaggi il Consiglio è composto di altre 24 persone esponenti di alcune famiglie nobili della città ma anche espressione della nuova borghesia delle professioni e del clero con due esponenti tra i più agguerriti: padre Fedele e padre Gaetano (Rimmaudo) entrambi cappuccini e protagonisti della congiura mazziniana del 1853.
La situazione comincia ad avviarsi verso una normalizzazione. Il Consiglio civico si riunisce per la prima seduta il 28 giugno e come primo atto manifesta le felicitazioni al governatore del distretto che ha assunto la carica. Nella stessa seduta il Consiglio si occupa di una cosa urgentissima: l'allistamento per la guardia nazionale e in questo senso i consiglieri danno mandato al Magistrato municipale. Ma la ritrosia per la coscrizione obbligatoria è forte nella nostra città al punto che dopo alcune proroghe si giunge alla deliberazione del 17 ottobre, giorno in cui un distaccamento di 130 militi della Guardia Nazionale viene a Comiso per assistere al sorteggio della prima categoria, cogliendo un po' di sorpresa il consiglio. Da quanto si evince dalla delibera del consiglio sono pronti gli allistamenti fatti sulla scorta degli atti dell'Archivio della Cancelleria mentre non sono ancora pronti quelli delle parrocchie. Le giustificazioni del Consiglio sono dettate dalle petizioni che la gente spedisce per evitare che figli e mariti partano per la guerra. I consiglieri intendono un sollecito del governatore come solerzia che "pare voglia tradursi in pressione, pressione che sia indegna dei tempi e nocevole alla causa Comune Italiana". I lavori di allistamento non sono pronti non per mancata solerzia dell'amministrazione di Comiso ma perché, è la giustificazione, si deve rispettare il Regolamento in vigore, "pel Reame di Napoli, che forse il sig. Governatore dimenticava di aver chiamato in osservanza..." perché è "volontà di questa popolazione rendersi obbediente alle Leggi in vigore ma volesi che si prenda a norma delle stesse Leggi nel loro adempimento circostanza la quale è stata fatta presente al Sig. Governatore per mezzo di una supplica coperta d'innumerevoli firme e speditagli con espresso". Il consiglio, facendosi interprete del sentimento della popolazione, continua nelle sue premesse a dimostrare l'inconciliabilità del momento solenne con la coscrizione obbligatoria: "Pare davvero inconcepibile che mentre l'Egregio sig. Prodittatore emana disposizioni ai Governatori perché diramino a tutte le Autorità Municipali la loro voce d'incoraggiamento e l'invitono a godere il prezioso momento in cui saran fatti paghi i voti della popolazione dall'altro si stringono le Comuni ad esercitare atti illegali ed inopportuni...", "...si aggiunge a tutto questo che il Consiglio sa di essere a conoscenza questa popolazione per organi autorevolissimi e degni di fede residenti nella Capitale ed incaricati a ciò da questi interessati che il Governo Prodittatoriale ha risoluto doversi la coscrizione eseguire alla ragione del 1 per cento sul numero degli allistabili, e non già alla ragione di 2 per cento sulla massa della popolazione come forse per falsa interpretazione si è creduto in qualche paese della nostra provincia". In attesa di notizie ufficiali in questo senso il consiglio delibera che "sia sospesa la vinuta della Guardia Nazionale di Modica" se poi la Guardia dovesse venire il municipio "l'accolga e la fornisca dell'occorrente a spese Comunali, salvo il rimborso, perché così richiedono le leggi dell'ospitalità". Il 18 ottobre la Guardia Nazionale è a Comiso per il sorteggio e un biglietto del sindaco al Governatore del 13 novembre testimonia che il costo per gli alloggi è di ducati 131 e grana 20. Con questo biglietto e i buoni acclusi il sindaco chiede il rimborso.

8. La lista elettorale ed il Plebiscito.
Un altro adempimento che il Consiglio Civico appena insediato deve compiere è la formazione della lista elettorale per la manifestazione del voto sull'annessione. Il decreto dittatoriale del 26 giugno prevede la formazione della lista elettorale sulla base delle leggi in vigore determinate dal censo, dall'età inferiore a 21 anni ed escludendo le donne. Il consiglio tenuto presente il decreto relativo alle operazioni elettorali "da farsi preparatoriamente alla manifestazione del voto sull'annessione dell'Isola alle Provincie emancipate d'Italia insieme alle altre popolazioni della Sicilia sarà chiamata a pronunziazione o per suffragio diretto o per mezzo di una assemblea..." nomina i membri della commissione elettorale. Alla presidenza viene chiamato don Cesare Leopardi mentre gli altri membri sono il rev. Rosario Cabibbo, don Bartolomeo Occhipinti, il notaio Giacomo Cagnes mentre le funzioni di segretario sono svolte da don Isidoro Criscione. La Commissione elettorale si mette al lavoro il 10 luglio del 1860 nella sede assegnatale, la chiesa di San Filippo Neri. Le operazioni di allistamento procedono regolarmente fino al 16 luglio e dopo altre due proroghe (6 Agosto e 20 agosto) fanno slittare a fine agosto la conclusione dell'allistamento. In una lettera del 30 agosto inviata al sig. Governatore viene comunicato il numero degli elettori (sono 2612) e sono spiegati i criteri seguiti e la consistenza della popolazione. "Questo numero sembra corrispondente approssimativamente a quello che poteva offrire questo Comune. La nostra popolazione infatti si reputa quindicimila anime circa. Secondo i principi statistici le donne essendo sempre d'un numero maggiore degli uomini, questi potrebbero tutto al più ritenersi in numero di settemille. A salvi quelli che sono in meno di ventun'anni compiuti, e che comprendono il grosso della popolazione, tolti gli ammalati, gl'incapaci, gl'idioti, quelli che abitano fuori comune, e finalmente quelli che vivon abitualmente in campagna, non si poteva ottenere più felice risultamento". In seguito alle decisioni prese dal governo centrale si stabilisce che il pronunciamento plebiscitario avvenga il 21 ottobre quindi si concede una nuova proroga che scade il 16 ottobre. In un primo momento la data del 21 è scelta per le elezioni politiche e solo il 9 ottobre vengono convocati i comizi per il Plebiscito sull'annessione della Sicilia. La lista elettorale di Comiso è composta, dopo l'ultima proroga, di 2751 elettori dei quali solo 11 si astengono dal votare il plebiscito.

9. La Deputazione dal Re.
Pochi giorni dopo la votazione plebiscitaria, il 4 novembre, si tiene una riunione dei "Deputati in Palermo per l'annessione al Regno unico sotto lo scettro costituzionale di Vittorio Emanuele." L'8 novembre il consiglio civico elegge la deputazione che dovrà omaggiare il Re al suo arrivo in Sicilia. La deputazione è composta di cinque persone: il marchese Clemente Ferreri presidente, il Preposto don Vincenzo Meli, il Barone don Pietro Coglitore Balestrieri, don Giuseppe Ciarcià Vitale ed il dott. Don Angelo Pace. Nella stessa seduta il Consiglio compie il secondo atto solenne di felicitazione per l'annessione oltre quello inviato dal Comitato nel mese di giugno. La prima delibera di gratitudine e felicitazioni al Re è stata inviata pochi giorni dopo l'insediamento del Consiglio il 2 di luglio. Adesso l'8 novembre questa delibera ancora più solenne di elogio del Re e della sua dinastia. Il passo più significativo è quando si ricorda l'ultimo tentativo borbonico, la resistenza di Gaeta, "ultimo asilo dell'usurpatore che si mostra forsennatamente ostinato a volere attentare tuttavia ai vostri dritti veramente sacri e legittimi, perché fondati sul suffragio universale del popolo, e sorretti dall'amore universale dei vostri sudditi." E ancora. "Ma non saprebbe poi esprimersi abbastanza la gioia che ha inebriato, ed inebria tuttavia questa popolazione al fausto annunzio della vostra venuta in Sicilia. Sarà questo un fatto che segnerà per quest'Isola, da tanti secoli bersagliata ed afflitta, l'ora solenne del suo risorgimento economico, politico e morale".

10. Le ultime tensioni.
L'annessione è sanzionata col plebiscito, Comiso ha dato il suo benvenuto al re e ha espresso con molta "solennità" la sua fedeltà alla casa sabauda, ma un paio di episodi vale la pena narrare in questi primi mesi postunitari. Mentre la classe politica cerca in tutti i modi di dare alla città un aspetto in linea con i nuovi tempi e le nuove aspirazioni della popolazione, dovendo districarsi tra le maglie di un bilancio comunale tutt'altro che florido, la reazione rialza la testa. Cavalcando le lamentele di molta gente che chiede varie sovvenzioni e crediti arretrati e avversando la politica del Consiglio che con molte buone intenzioni cerca di dare alla città un aspetto dignitoso, una frangia reazionaria, capeggiata da tale Miranda, che riesce a trascinare una parte di popolo, manifesta contro il nuovo regime il 14 aprile del 1861, giorno dell'insediamento del nuovo sindaco, il barone Giuseppe Ciarcià Vitale. Da una lettera del 16 aprile al sig. Intendente si può ricostruire la cronaca della giornata del 14 con dovizia di particolari. Due sono gli avvenimenti in programma a Comiso quel giorno di Domenica: la processione di Maria Vergine di Monferrato e la prima riunione del Consiglio Comunale. Ecco quello che succede. "E' uso antichissimo che in tal ricorrenza la classe dei borghesi vestita a costume ed a cavallo precede la processione; fra questa gente però vi si associa qualche sfaccendato; in fatti questo Carmelo Miranda vestito alla turca era alla festa...". Quando la processione giunge nei pressi della Cancelleria Comunale, dove è riunito il Consiglio, tutti i consiglieri sospendono la discussione e si affacciano dai balconi "per godere della festa", "il Miranda fermato il suo cavallo di sotto il Balcone alzando la sciabla (sciabola) che teneva in mano e rivolto ai Consiglieri disse con alta voce fate le cose in regola, altrimenti vi scenderemo le teste uno per uno, voce di Dio voce di popolo". L'insulto non piace al Consiglio né tantomeno al sindaco che ne vuole ordinare l'arresto, ma poi l'assise decide di fare un rapporto all'Intendente. Le accuse contro il Miranda non sono solo relative all'episodio nel corso della processione visto che questi "pochi momenti prima della processione avendo radunato un buon numero di villici nella pubblica piazza s'insinuava col popolo a dissuaderlo di pagare qualunque siasi imposta e che in caso di procedure avrebbero potuto bastonare anche gli uscieri comunali; e questo fatto è stato uso farlo quasi ogni Domenica carpendo l'occasione che la classe degli agricoltori trovasi tutta in paese; da ciò ne è nata la conseguenza di essersi impossessata l'idea nel volgo che assolutamente non deve pagarsi imposta alcuna...". Il Miranda è un tipo da tenere sotto stretto controllo e queste manifestazioni sono pressocché normali quando si passa da un regime all'altro e la gente non vive molto agiatamente.
Di tenore opposto è l'altro episodio che si verifica a Comiso tra la fine del 1861 e l'inizio del '62. La politica incerta dei governi piemontesi nel risolvere la questione romana è motivo di esasperazione per i liberali che vedono così lasciata a metà l'unificazione. La nascita del "Partito d'azione" con l'obiettivo dell'Italia unita e di Vittorio Emanuele re costituzionale in Campidoglio ha fatto nascere nell'animo dei patrioti la convinzione che per volontà di popolo deve completarsi la rivoluzione anche a costo di mettersi contro tutta l'Europa. Il partito d'azione fa proseliti anche in Sicilia al punto che anche a Comiso viene fondata una sezione del partito con il nome di "Società unitaria italiana" detta in seguito "Emancipatrice" sotto la presidenza onoraria di Garibaldi e con sede nella casa del prof. Mariano Scilla che ne è il fondatore e l'animatore. Una congiura di liberali è scoperta a Comiso tra la fine del '61 e l'inizio del '62 e di cui l'elemento avanzato è fra Gaetano Rimmaudo già altre volte al centro di queste iniziative. Gli arresti che seguono e che vedono finire in carcere il patriota comisano Michele Adamo invece di sopire le spinte liberali li fa crescere sempre più a tal punto che i soci dell'Unitaria, in reazione alla scoperta della congiura e agli arresti vanno giù duri contro il dominio temporale del papa, le decime ecclesiastiche e la manomorta lanciando una sottoscrizione popolare. Questa iniziativa non da alcun risultato e pensano di rincarare la dose lanciando un'altra petizione, questa volta a firma dei soli ministri del culto. La "Dichiarazione degli ecclesiastici di Comiso contro il dominio temporale del Papa" è firmata da 68 sacerdoti tra i quali non tutti firmano spontaneamente. Stanganelli riporta l'episodio di padre Giancrisostomo Garofalo il quale denuncia "per le stampe, le arroganti e violente maniere adoperate dai liberali, per estorcere ai suoi colleghi in sacerdozio, la loro firma, che egli diceva, non volle dare e che ciò malgrado figurava tra i firmatari". Ecco, infine, il testo di quella petizione:
"I sottoscritti componenti il clero regolare e secolare di questo mandamento, dichiarano solennemente in faccia alla patria, al Governo ed all'Europa tutta.
1 - Essere loro unico voto politico - Italia Una e Vittorio Emmanuele Re seduto in Campidoglio.
2. Avversare l'ostinatezza del Cardinale Antonelli e di De Merode, perché ingiusta e contraria allo scopo.
Ed in conseguenza invocano a decoro del sacerdozio, e per l'unità della Chiesa Cattolica, che il Santo Padre, supremo Gerarca di essa, abbandonando i consigli degli uomini, ed ispirato da Dio, ceda alla volontà della nazione, e così cesserà lo scandalo, che qual barriera insormontabile, divide il gregge di Cristo dai pastori cui egli affidavalo.
Son pregate le Autorità del Regno inserire nei giornali questa nostra unanime dichiarazione, e sommetterla al Governo come di legge. Oggi in Comiso il 18 febbraro 1862".
Tra i firmatari figurano i nomi di sacerdoti che hanno preso parte attiva nella vicenda risorgimentale e che in quel periodo erano anche consiglieri. Tra gli altri don Rosario Cabibbo, padre Fedele, padre Gaetano Rimmaudo, preposto don Vincenzo Meli ed altri sicuramente e sinceramente liberali e che auspicavano un cambiamento della situazione politica.
La sottoscrizione è inviata il 24 febbraio 1862 al prefetto ed è interessante sottolineare cosa scrive il sindaco nel biglietto di accompagnamento: "Però mi è forza chiederle scusa se la carta portante tale dichiarazione sia un poco maltrattata poiché firmata da persone di età troppo avanzata ed a qual uopo le ne annetto un dupplicato in copia...".