| NOTA DELL'AUTORE:
Questa sintesi storica sul periodo risorgimentale a Comiso, nel 140°
anniversario dell'Indipendenza della Sicilia dal dominio borbonico, è la
rivisitazione degli avvenimenti successi a Comiso tra il maggio del 1860
ed il febbraio del 1862 attraverso i documenti in possesso dell'Archivio
Comunale. Per questo motivo mi è sembrato superfluo annotare ogni
riferimento documentario dal momento che tutte le citazioni sono tratte
dai documenti dell'Archivio del nostro comune. La citazione, a volte
prolissa, del documento serve per il visitatore della mostra che non ha
confidenza con le carte antiche e che comunque essendone attratto ha la
possibilità di vedere il documento e capirne il senso.
1. La Rivolta.
La prima città dell'ex Contea di Modica ad issare il tricolore (sulla
Chiesa di S. Giovanni) è Ragusa il 16 maggio del 1860. La notizia delle
feste e dei tripudi che in quella città sono accaduti viene portata a
Comiso da tale Giuseppe Savarese il quale invoglia tutti a fare causa
comune con la città di Ragusa. Il capo dei Rondieri municipali, Salvatore
Terranova, istigato dai "sorci" (coloro che parteggiano per i
borboni), non vuole farlo parlare nonostante il sindaco Biagio Pace avesse
dato ordini categorici in merito. Savarese non si lascia intimidire e
parla lo stesso alla folla annunciando la venuta da Ragusa di una persona
con notizie più concrete. Le parole di Savarese creano non poco
scompiglio tra la popolazione tant'è che il comandante della Guardia
Urbana, Filippo Spada, cerca di calmare tutti ricordando la fine dei moti
precedenti e consiglia la città a mantenere una posizione filoborbonica.
Ma ormai la miccia della rivolta è partita. Le notizie giungono in modo
frammentario dal momento che neanche il telegrafo tra Modica e Noto
funziona. In quei momenti di indecisione basta un niente per far scoppiare
la rivolta. Padre Gaetano Rimmaudo, già artefice comisano della congiura
mazziniana a Vittoria e Comiso del 1853, saputo che Modica e Scicli sono
insorte il 17, scrive il 18 maggio a Luciano Nicastro, patriota ragusano,
per comunicargli che anche Comiso partecipa al movimento insurrezionale e
che è necessario avere disposizioni sull'ordine pubblico e sull'epigrafe
della bandiera. La lettera inviata con una staffetta viene intercettata al
ritorno con le istruzioni. Queste conosciute dal giudice Miccichè, lo
stesso che aveva giudicato Rimmaudo per i fatti del '53, ordina l'arresto
del padre che è costretto a fuggire. Gli altri capi liberali Emanuele
Calogero, Mariano Scilla, Isidoro Criscione, Giuseppe Ciarcià, Clemente
Ferreri e Vincenzo Morso si trovano nell'incertezza sul da farsi. Ci pensa
la folla impaziente a toglierli dall'impaccio raccogliendosi in piazza,
distruggendo gli emblemi borbonici ed invocando l'innalzamento del
tricolore sul palazzo civico e la formazione di un Comitato Civico.
La cronaca succinta di quanto avviene mercoledì 19 maggio è riportata
nella lettera che il presidente del Comitato di sicurezza pubblica,
marchese Clemente Ferreri, scrive il 24 maggio al Comitato centrale di
Castrogiovanni (antico nome di Enna) per comunicare ufficialmente la
"pronunziazione di Comiso e metterci a chiaro di ogni novità
spedendo de' corrieri a nostro carico, e ciò pel trionfo
desiderato".
2. Il Comitato.
"Il popolo comisano al pari degli altri siciliani rivendicando i suoi
poteri oggi stesso riunito all'appello della Campana nella Chiesa de' PP
Filippini unanimamente ha eletto un Comitato provvisorio di salute
pubblica, al quale ha conferito la pienezza dei poteri, abrogando ogni
altra Superiore Autorità". Il comitato di salute pubblica decide
comunque che tutte le autorità Amministrative, Giudiziarie e Finanziarie
restino al loro posto "sino a nuova disposizione onde la macchina
Governativa non soffrisse ritardo veruno". La condizione necessaria e
indispensabile è che tutte le autorità devono prestare davanti al
Comitato il Giuramento di fedeltà al nuovo ordine che si è costituito.
Riunitosi per la prima volta il 21 maggio alle ore ventitre e mezza nella
Cancelleria comunale, il comitato stabilisce alcune regole interne e per
la gestione dell'amministrazione.
Il Comitato dovrà riunirsi ordinariamente due volte la settimana,
(mercoledì e domenica) alle ore quattordici e straordinariamente quante
volte il presidente lo ritiene necessario, "attesa l'urgenza degli
affari a procedere". Il comitato si intende riunito, nel numero
legale, quando intervengono i due terzi dei componenti e la deliberazione
è presa legalemente quando vi è la "maggiorità dei votanti".
Per le spese urgenti ed impreviste che possono occorrere e "l'urgenza
delle quali non permetta una regolare anticipata autorizzazione...resti il
Sindaco autorizzato ad ordinare siffatti esiti...ed il cassiere ad erogare
quelle somme contro biglietto del Sindaco" che dovrà dopo dare conto
al Comitato della "legalità di siffatti esiti".
3. I membri del Comitato.
I protagonisti dell'insurrezione di Comiso, così come negli altri comuni
iblei, provengono per la maggior parte dai ceti della nuova borghesia
delle professioni anche se non manca qualche "onesto cittadino"
e qualche nobile che è sinceramente avverso al regime borbonico, senza
darlo a vedere, ma pronto ad appoggiare il comitato per difendere
l'integrità dei propri beni.
Tra i protagonisti troviamo il dott. Emanuele Calogero, futuro sindaco di
Comiso, il prof. Mariano Scilla tra i ceti della borghesia; Isidoro
Criscione, Giuseppe Ciarcià, Clemente Ferreri e Vincenzo Morso
rappresentanti di quelle famiglie che, pur restando alla finestra, sono
pronte ad appoggiare il nuovo corso. Vediamo in dettaglio chi sono i
membri del Comitato di pubblica sicurezza e che F. Stanganelli indica come
patres conscripti (Senatori) di Comiso.
Il popolo riunito nella Chiesa di S. Filippo Neri elegge presidente del
Comitato il Marchese Clemente Ferreri, "proprietario ed ottimo
cittadino" con una quota d'imposta di 422 ducati e grana 14 che
risulta essere la più alta tra gli elettori del 1860. Vice presidenti
sono nominati don Isidoro Criscione, ottimo cittadino e col grado
accademico e don Rosario Cabibbo cantore, con dignità ecclesiastica e una
discreta quota d'imposta (circa 35 ducati). Segretario del Comitato viene
eletto Don Mariano Scilla, professore di Scuola di Grammatica, fervente
mazziniano e che ritroveremo nel 1862 ancora protagonista.
Gli altri dodici membri rispondono ai nomi del barone don Pietro
Coglitore, di origine palermitana, don Leonardo Cabibbo, onesto cittadino,
don Salvatore Adamo, avvocato con il grado accademico, don Vincenzo
Mezzasalma, medico, don Biagio Pace, laureato in legge ed ultimo sindaco
prima dell'insurrezione, don Vincenzo Morso, originario di Terranova ha
ricoperto a Comiso cariche amministrative, don Francesco Presti, laureato
in legge, don Cesare Leopardi, medico con il grado accademico, don
Giuseppe Ciarcià, ottimo cittadino, don Bartolomeo Occhipinti, civile
proprietario, don Raffaele Perrotta, difensore.
4. Gli atti politici del Comitato di Salute Pubblica (maggio-giugno
1860).
Il primo problema che il Comitato di salute pubblica si trova ad
affrontare è relativo alla sicurezza interna "onde tutelare il paese
da ogni turbamento che potrebbe invertire il nuovo ordine non che per
sorvegliare le proprietà". Il Comitato nella seduta del 21 maggio
nomina don Filippo Spada capo della forza pubblica, dal quale "da
oggi innanzi dipenderà detta forza, -assegnando con giuramento ogni
responsabilità-. La forza urbana preesistente rimane al suo posto così
come tutti i funzionari amministrativi, finanziari e giudiziari che però
rimangono alle dipendenze del Comitato "sino a nuova
disposizione". Da sottolineare in questo contesto politico il ruolo
del Giudice che, se da una parte viene lasciato al suo posto, dall'altra
gli viene tolto il comando "dell'odiosissima Polizia",
privandolo di fatto di qualunque potere.
Per curare al meglio tutti gli affari della pubblica amministrazione il
Comitato decide, nella seduta del 23 maggio, di dividersi in due sessioni.
Sono incaricati i cittadini don Biagio Pace, don Pietro Coglitore, don
Salvatore Adamo, don Vincenzo Morso "di tutto quanto possa riguardare
l'annona e l'amministrativo", "la sessione seconda sotto nome di
sicurezza pubblica sarà composta dei cittadini don Leonardo Cabibbo, don
Bartolomeo Occhipinti, don Raffaele Perrotta, don Cesare Leopardi e questa
sessione veglierà al buon ordine del Paese ed al servizio di tutta la
forza sia civica che municipale...".
Lo stesso giorno il comitato decide di inviare una staffetta a
Castrogiovanni, lettera sopra citata, "essendo necessario essere a
conoscenza del progresso rivoluzionario, e mettersi di accordo col
comitato centrale, da cui chiedere le opportune istruzioni". Malgrado
i tentativi del Comitato di avere notizie certe, in quel momento è solo
l'incertezza di quello che sta avvenendo lontano da Comiso, a determinare
le scelte del Comitato con ripercussioni nella vita pubblica del paese. Il
brancolìo nelle tenebre da parte del Comitato è evidente nella lettera
firmata dal presidente Ferreri al presidente del Comitato Generale di
Palermo il 6 giugno 1860 in cui si comunica la pronunziazione di Comiso.
Tra l'altro il Ferreri scrive: "Non si è potuto pria d'ora adempire
a questo sacro officio perché difficile anzi impossibile la
corrispondenza in modo che la capitale è stata da noi divisa quasi a
mille miglia, ciò che ci ha lasciato assolutamente nelle tenebre di ogni
disposizione Governativa; in conseguenza degnate rimetterci a giorno di
tutto, tanto nel ramo amministrativo e finanziario quanto pella
istituzione della Guardia Nazionale".
Nell'incertezza della situazione a farne le spese è la cassa comunale
che, pur non navigando in acque tranquille, deve far fronte a spese
straordinarie come la "somministrazione della cibaria ed alloggio
alla colonna mobile da Modica che transitò da qui il giorno 20
maggio", al costo delle staffette con i vari comitati dell'area della
ex Intendenza e con quelli degli altri comuni siciliani dal momento che le
vie ufficiali, usate fino al maggio 1860 sono inutilizzabili perché fuori
uso o per prudenza.
L'esazione delle multe e delle tasse viene inoltre resa difficile dal
momento di turbamento nella città. Nelle note a margine del verbale di
chiusura di cassa dell'esercizio 1860 così è giustificato il mancato
introito delle multe (superiore a quello ammesso nello stato discusso):
"l'incasso non poté eseguirsi totalmente sul motivo che ai multati
non fu il caso portarli alle buone a pagare, nè anco con procedure si
spera però che nel nuovo esercizio si esigeranno dal novello
cassiere" e delle tasse: "...scoppiata la rivoluzione pel
risorgimento Italiano non fu possibile poter esigere somma alcuna dagli
occupanti posti fissi, né dagli occupanti posti volanti che anzi
quest'ultimi minacciavano di vie di fatto il collettare". Ma a pagare
non sono nemmeno gli arrendari dei dazi sui generi alimentari perché
"scoppiata poi la rivoluzione tutti i significati nel ruolo suddetto
si ostinarono a voler pagare, né valsero preghiere, avvisi, bandi
pubblici, procedure, minaccia di commissari, a segno che gli uscieri
temevano a rilasciare semplici atti coattivi".
A tutti questi problemi si aggiungono le richieste di cittadini che, causa
la crisi economica del periodo, chiedono sovvenzioni varie. E' il caso
degli uscieri del Giudicato che "venuto meno il corso degli affari
..." chiedono di essere soccorsi per alimentarsi "...attesa la
magnanimità e filantropia di questo colto comitato...", del
"Servo Comunale senza soldo", dei pastai che non possono vendere
la farina al prezzo stabilito dai commissari per l'annona perchè i
"prezzi dei frumenti di buona qualità per pasta sono sempre
alterati", dei macellai che "lo bestiame di ogni specie lo
comprano a caro prezzo", dell'Usciere Percettoriale, che vivendo con
il provento giornaliero chiede di "sollecitare contribuenti per il
pagamento del contributo fondiario", dei corrieri che, costretti a
vivere con un "tenuissimo soldo" chiedono qualcosa per poter
sostentare le loro famiglie.
Per tutte le richieste il Comitato rimanda alla sessione annona e se, è
il caso ad una riunione straordinaria del Comitato di cui però non v'è
traccia. Solo per i corrieri il presidente, nella nota a margine della
supplica, rimanda ad un accordo con gli altri comitati di Vittoria,
Biscari e Santa Croce, essendo di interesse comune l'invio degli espressi
per sapere l'andamento della rivoluzione. Il consiglio civico cercherà di
mettere ordine alle finanze comunali dalla fine di giugno del 1860 (prima
seduta 29 giugno) quando la situazione politica sarà più definita.
5. Il carteggio del Comitato.
I destinatari del carteggio del Comitato di Comiso nel periodo in cui
regge il potere sono tre: il popolo, Garibaldi e Vittorio Emanuele II.
L'ordine cronologico sembra far cambiare la prospettiva politica. La scala
gerarchica è capovolta quasi a voler sottolineare la natura popolare
dell'insurrezione che, passando dall'esecutore materiale, consegna le
province siciliane al sovrano ritenuto legittimo a reggere le sorti della
nascente nazione italiana.
Il primo appello è diretto ai cittadini di Comiso e reca la firma del
marchese Ferreri. La lettera-manifesto, datata 26 maggio, è una sorta di
discorso di insediamento a presidente del Comitato. La datazione e le
parole non lasciano alcun dubbio su questo carattere formale e al tempo
stesso sostanziale del discorso. Vediamola in dettaglio.
"Cittadini. Ogni vostra operazione in tutti i tempi fu tipo ai vicini
paesi d'imitazione tal che questa terra fu terra di ospitalità pei buoni
e di conforto ai timidi, e ciò unicamente per non esservi allontanati dal
retto tramite di giustizia e disciplina". L'elogio con cui Ferreri si
rivolge ai comisani continua nelle righe successive rammentando
l'importanza ed il rispetto delle istituzioni in questo preciso momento
storico: "Sarebbe vano quindi raccomandarvi subordinazione ai
magistrati, legalmente costituiti, rispetto alla proprietà, rispetto alle
leggi, poiché meglio di me siete intimamente convinti non potersi
conservar l'ordine senza di essi e più di ogn'altro in tempi eccezzionali".
Queste parole risultano un po' stonate nel quadro di una rivoluzione che
è ancora fresca di sette giorni ma sono in perfetta linea con
l'atteggiamento gattopardiano che ha contraddistinto gran parte della
rivolta siciliana del 1860. Per i possidenti e in genere il ceto più
facoltoso che ha gestito la rivolta il cambiamento deve essere relativo.
Cambia il monarca e la prospettiva politica generale ma le posizioni
acquisite devono rimanere tali. Sono pochi infatti a volere una maggiore
democratizzazione del sistema e a dare battaglia perché il cambiamento
sia radicale. Una successiva frase di Ferreri è foriera di questa
interpretazione quando, dopo i ringraziamenti per l'elezione a presidente
del comitato, dice "...e pel dignitoso contegno col quale vi siete
comportati". O tutto Comiso era per il "tutto cambi perché
nulla cambi" o Ferreri cerca di tenere a freno, con l'elogio, i
cittadini perché dopo continua dicendo "spero, anzi son certo che
continuerete in questi sensi, persuaso ognun di voi che ogni civil
risorgimento si riscatta col sangue e con abnegazione". Del sangue
diremo dopo ma il discorso sull'abnegazione fa chiudere il cerchio:
"...l'abnegazione però dobbiamo prestarla in ogni circostanza in
bene della pace; laddove poi, ciò che non temo, per mala intesa
interpretazione di libertà, s'intenda vendetta, gara municipale,
innovazione di sorta, allora appoggiato dal vostro voto saprò respingerla
ed annientarla, e sappi ogn'uno che di questi mezzi si avvale la tirannide
per rafforzare i nodi della catena. Viva l'Italia, Viva Vittorio Emanuele,
Viva Garibaldi".
La seconda lettera è indirizzata direttamente al generale Giuseppe
Garibaldi ed è datata 5 giugno. Si tratta di un atto politico
sufficientemente importante ma la lettera nel suo insieme non è altro che
un elogio dell'uomo e di cosa rappresenta. Il Comitato di Comiso
ripercorre tutte le vittoriose tappe di Garibaldi nella guerra
d'Indipendenza e lo ringrazia per il generoso aiuto dato alla Sicilia
nella guerra per la liberazione dall' "Esacrato Borbone".
"Oggi dunque è ben giusto salutarvi come prima spada dell'Italico
risorgimento, e riconoscere in voi il flagello dei tiranni, il Dittatore
della nostra bell'Isola che già annessa all'immortale Vittorio Emanuele
Re Costituzionale farà parte del grande ed uno Regno Italiano".
Garibaldi, per mano del segretario di Stato dell'Interno F. Crispi ,
risponde alla lettera del Comitato di Comiso esprimendo gratitudine ed
essendo persuaso, "che i sentimenti che animano codesto popolo vi
hanno profonda radice, e che i vicini comuni, prendendolo ad esempio,
concorreranno tutti in sostegno della Santa causa, per la quale la Sicilia
si è pronunziata e combatte".
Il terzo documento, privo di data perché si tratta di una minuta, è il
proclama di annessione della città alla monarchia sabauda. Dopo la
cronaca degli avvenimenti del 19 maggio e di come si è provveduto per
gestire provvisoriamente il governo della città nonostante "si
soffriva solo nel non poter partecipare a codesta capitale la nostra
pronunziazione", il Comitato si lagna per la posizione geografica che
vede i comisani "poco o nulla influenti alla Santa causa Italiana,
per la quale da più lustri era ogni uno di noi prontissimo a versare il
suo sangue". Il proclama si conclude solennemente: "Sappi
intanto l'Italia, sappi l'Isola intera che Comiso a preferenza forse di
ogni altro piccolo e remoto comune, ha partecipato, ha influito da più
lustri al nostro Risorgimento e che come l'odiosa razza Borbonica, ai suoi
satelliti furon sempre per voi oggetto di disprezzo, e di esacrazione;
così il Magnanimo Vittorio Emmanuele già Nostro Re Costituzionale per
voto spontaneo ed unanime fu e sarà per noi lo scopo della più sentita
ammirazione e sincera accoglienza. Il Presidente".
6. I volontari di Comiso.
I primi giorni dopo l'insurrezione comportano per i membri del Comitato
non pochi patimenti determinati, come abbiamo visto, dalla frammentarietà
delle notizie. Con una staffetta giunge una cronaca di Giuseppe La Masa
proveniente da Mezzoiuso e datata 19 maggio 1860 contenente l'invito ad
arruolarsi nell'esercito garibaldino: "Alle armi prodi
fratelli...". Marsala ed Alcamo sono già liberate e si marcia verso
Palermo dove sono concentrate le truppe borboniche: "Tocca ora a noi
armarsi in ogni guisa, organizzarsi, ed unirsi ai prodi che sulle montagne
di Palermo, e nelle vicinanze combattono le truppe borboniche. I siciliani
armati da Marsala a Partinico sono stati solleciti, ed innumerevoli ad
ingrossare le fila della truppa Italiana...", "...I consigli
comunali, o comitati sono incaricati dal comando Generale nello aprire una
coscrizione volontaria...".
Il teatro della guerra è lontano e non fa nascere molto ardore nei
comisani. A giustitificare, sia pure parzialmente, i cittadini è il
problema della posizione geografica sottolineato dal marchese Ferreri nel
discorso-manifesto del 26 maggio: "il nostro sangue certo sarà
risparmiato per la geografica posizione". Il Consiglio Civico, con
deliberazione del 2 luglio, stanzia una somma di diciotto ducati per ogni
volontario. Dalla delibera di quel giorno si evincono i nomi di tre
volontari: don Michele Adamo, don Giovanni Nifosì e don Sebastiano Romeo
i quali "devono assumere la garanzia di consegnare in Palermo i
suddetti volontari con tutte le cautele possibili, compresa quella
dell'arresto personale".
7. Il nuovo consiglio civico.
La lettera del governatore del distretto di Modica del 25 giugno 1860
comunica al dott. Don Vincenzo Mezzasalma, presidente del consiglio civico
del 1849, il ristabilimento del consiglio. Il governatore con i poteri
"accordatemi dal Dittatore col Decreto del 17 Maggio ultimo, vengo a
ristabilire codesto Consiglio Civico, di cui Ella è presidente nel
personale al margine segnato".
Per precisa disposizione di Garibaldi i consigli civici dell'Isola devono
ricalcare i consigli soppressi dalla restaurazione borbonica del 1849. Le
uniche eccezioni sono gli impediti ed i defunti. Il presidente è don
Vincenzo Mezzasalma, vice è don Cesare Leopardi Cilia mentre il
segretario risponde al nome del borone don Isidoro Criscione che abbiamo
visto nella qualità di vice del Comitato di sicurezza pubblica. Oltre a
questi personaggi il Consiglio è composto di altre 24 persone esponenti
di alcune famiglie nobili della città ma anche espressione della nuova
borghesia delle professioni e del clero con due esponenti tra i più
agguerriti: padre Fedele e padre Gaetano (Rimmaudo) entrambi cappuccini e
protagonisti della congiura mazziniana del 1853.
La situazione comincia ad avviarsi verso una normalizzazione. Il Consiglio
civico si riunisce per la prima seduta il 28 giugno e come primo atto
manifesta le felicitazioni al governatore del distretto che ha assunto la
carica. Nella stessa seduta il Consiglio si occupa di una cosa
urgentissima: l'allistamento per la guardia nazionale e in questo senso i
consiglieri danno mandato al Magistrato municipale. Ma la ritrosia per la
coscrizione obbligatoria è forte nella nostra città al punto che dopo
alcune proroghe si giunge alla deliberazione del 17 ottobre, giorno in cui
un distaccamento di 130 militi della Guardia Nazionale viene a Comiso per
assistere al sorteggio della prima categoria, cogliendo un po' di sorpresa
il consiglio. Da quanto si evince dalla delibera del consiglio sono pronti
gli allistamenti fatti sulla scorta degli atti dell'Archivio della
Cancelleria mentre non sono ancora pronti quelli delle parrocchie. Le
giustificazioni del Consiglio sono dettate dalle petizioni che la gente
spedisce per evitare che figli e mariti partano per la guerra. I
consiglieri intendono un sollecito del governatore come solerzia che
"pare voglia tradursi in pressione, pressione che sia indegna dei
tempi e nocevole alla causa Comune Italiana". I lavori di
allistamento non sono pronti non per mancata solerzia dell'amministrazione
di Comiso ma perché, è la giustificazione, si deve rispettare il
Regolamento in vigore, "pel Reame di Napoli, che forse il sig.
Governatore dimenticava di aver chiamato in osservanza..." perché è
"volontà di questa popolazione rendersi obbediente alle Leggi in
vigore ma volesi che si prenda a norma delle stesse Leggi nel loro
adempimento circostanza la quale è stata fatta presente al Sig.
Governatore per mezzo di una supplica coperta d'innumerevoli firme e
speditagli con espresso". Il consiglio, facendosi interprete del
sentimento della popolazione, continua nelle sue premesse a dimostrare
l'inconciliabilità del momento solenne con la coscrizione obbligatoria:
"Pare davvero inconcepibile che mentre l'Egregio sig. Prodittatore
emana disposizioni ai Governatori perché diramino a tutte le Autorità
Municipali la loro voce d'incoraggiamento e l'invitono a godere il
prezioso momento in cui saran fatti paghi i voti della popolazione
dall'altro si stringono le Comuni ad esercitare atti illegali ed
inopportuni...", "...si aggiunge a tutto questo che il Consiglio
sa di essere a conoscenza questa popolazione per organi autorevolissimi e
degni di fede residenti nella Capitale ed incaricati a ciò da questi
interessati che il Governo Prodittatoriale ha risoluto doversi la
coscrizione eseguire alla ragione del 1 per cento sul numero degli
allistabili, e non già alla ragione di 2 per cento sulla massa della
popolazione come forse per falsa interpretazione si è creduto in qualche
paese della nostra provincia". In attesa di notizie ufficiali in
questo senso il consiglio delibera che "sia sospesa la vinuta della
Guardia Nazionale di Modica" se poi la Guardia dovesse venire il
municipio "l'accolga e la fornisca dell'occorrente a spese Comunali,
salvo il rimborso, perché così richiedono le leggi
dell'ospitalità". Il 18 ottobre la Guardia Nazionale è a Comiso per
il sorteggio e un biglietto del sindaco al Governatore del 13 novembre
testimonia che il costo per gli alloggi è di ducati 131 e grana 20. Con
questo biglietto e i buoni acclusi il sindaco chiede il rimborso.
8. La lista elettorale ed il Plebiscito.
Un altro adempimento che il Consiglio Civico appena insediato deve
compiere è la formazione della lista elettorale per la manifestazione del
voto sull'annessione. Il decreto dittatoriale del 26 giugno prevede la
formazione della lista elettorale sulla base delle leggi in vigore
determinate dal censo, dall'età inferiore a 21 anni ed escludendo le
donne. Il consiglio tenuto presente il decreto relativo alle operazioni
elettorali "da farsi preparatoriamente alla manifestazione del voto
sull'annessione dell'Isola alle Provincie emancipate d'Italia insieme alle
altre popolazioni della Sicilia sarà chiamata a pronunziazione o per
suffragio diretto o per mezzo di una assemblea..." nomina i membri
della commissione elettorale. Alla presidenza viene chiamato don Cesare
Leopardi mentre gli altri membri sono il rev. Rosario Cabibbo, don
Bartolomeo Occhipinti, il notaio Giacomo Cagnes mentre le funzioni di
segretario sono svolte da don Isidoro Criscione. La Commissione elettorale
si mette al lavoro il 10 luglio del 1860 nella sede assegnatale, la chiesa
di San Filippo Neri. Le operazioni di allistamento procedono regolarmente
fino al 16 luglio e dopo altre due proroghe (6 Agosto e 20 agosto) fanno
slittare a fine agosto la conclusione dell'allistamento. In una lettera
del 30 agosto inviata al sig. Governatore viene comunicato il numero degli
elettori (sono 2612) e sono spiegati i criteri seguiti e la consistenza
della popolazione. "Questo numero sembra corrispondente
approssimativamente a quello che poteva offrire questo Comune. La nostra
popolazione infatti si reputa quindicimila anime circa. Secondo i principi
statistici le donne essendo sempre d'un numero maggiore degli uomini,
questi potrebbero tutto al più ritenersi in numero di settemille. A salvi
quelli che sono in meno di ventun'anni compiuti, e che comprendono il
grosso della popolazione, tolti gli ammalati, gl'incapaci, gl'idioti,
quelli che abitano fuori comune, e finalmente quelli che vivon
abitualmente in campagna, non si poteva ottenere più felice risultamento".
In seguito alle decisioni prese dal governo centrale si stabilisce che il
pronunciamento plebiscitario avvenga il 21 ottobre quindi si concede una
nuova proroga che scade il 16 ottobre. In un primo momento la data del 21
è scelta per le elezioni politiche e solo il 9 ottobre vengono convocati
i comizi per il Plebiscito sull'annessione della Sicilia. La lista
elettorale di Comiso è composta, dopo l'ultima proroga, di 2751 elettori
dei quali solo 11 si astengono dal votare il plebiscito.
9. La Deputazione dal Re.
Pochi giorni dopo la votazione plebiscitaria, il 4 novembre, si tiene una
riunione dei "Deputati in Palermo per l'annessione al Regno unico
sotto lo scettro costituzionale di Vittorio Emanuele." L'8 novembre
il consiglio civico elegge la deputazione che dovrà omaggiare il Re al
suo arrivo in Sicilia. La deputazione è composta di cinque persone: il
marchese Clemente Ferreri presidente, il Preposto don Vincenzo Meli, il
Barone don Pietro Coglitore Balestrieri, don Giuseppe Ciarcià Vitale ed
il dott. Don Angelo Pace. Nella stessa seduta il Consiglio compie il
secondo atto solenne di felicitazione per l'annessione oltre quello
inviato dal Comitato nel mese di giugno. La prima delibera di gratitudine
e felicitazioni al Re è stata inviata pochi giorni dopo l'insediamento
del Consiglio il 2 di luglio. Adesso l'8 novembre questa delibera ancora
più solenne di elogio del Re e della sua dinastia. Il passo più
significativo è quando si ricorda l'ultimo tentativo borbonico, la
resistenza di Gaeta, "ultimo asilo dell'usurpatore che si mostra
forsennatamente ostinato a volere attentare tuttavia ai vostri dritti
veramente sacri e legittimi, perché fondati sul suffragio universale del
popolo, e sorretti dall'amore universale dei vostri sudditi." E
ancora. "Ma non saprebbe poi esprimersi abbastanza la gioia che ha
inebriato, ed inebria tuttavia questa popolazione al fausto annunzio della
vostra venuta in Sicilia. Sarà questo un fatto che segnerà per
quest'Isola, da tanti secoli bersagliata ed afflitta, l'ora solenne del
suo risorgimento economico, politico e morale".
10. Le ultime tensioni.
L'annessione è sanzionata col plebiscito, Comiso ha dato il suo benvenuto
al re e ha espresso con molta "solennità" la sua fedeltà alla
casa sabauda, ma un paio di episodi vale la pena narrare in questi primi
mesi postunitari. Mentre la classe politica cerca in tutti i modi di dare
alla città un aspetto in linea con i nuovi tempi e le nuove aspirazioni
della popolazione, dovendo districarsi tra le maglie di un bilancio
comunale tutt'altro che florido, la reazione rialza la testa. Cavalcando
le lamentele di molta gente che chiede varie sovvenzioni e crediti
arretrati e avversando la politica del Consiglio che con molte buone
intenzioni cerca di dare alla città un aspetto dignitoso, una frangia
reazionaria, capeggiata da tale Miranda, che riesce a trascinare una parte
di popolo, manifesta contro il nuovo regime il 14 aprile del 1861, giorno
dell'insediamento del nuovo sindaco, il barone Giuseppe Ciarcià Vitale.
Da una lettera del 16 aprile al sig. Intendente si può ricostruire la
cronaca della giornata del 14 con dovizia di particolari. Due sono gli
avvenimenti in programma a Comiso quel giorno di Domenica: la processione
di Maria Vergine di Monferrato e la prima riunione del Consiglio Comunale.
Ecco quello che succede. "E' uso antichissimo che in tal ricorrenza
la classe dei borghesi vestita a costume ed a cavallo precede la
processione; fra questa gente però vi si associa qualche sfaccendato; in
fatti questo Carmelo Miranda vestito alla turca era alla festa...".
Quando la processione giunge nei pressi della Cancelleria Comunale, dove
è riunito il Consiglio, tutti i consiglieri sospendono la discussione e
si affacciano dai balconi "per godere della festa", "il
Miranda fermato il suo cavallo di sotto il Balcone alzando la sciabla
(sciabola) che teneva in mano e rivolto ai Consiglieri disse con alta voce
fate le cose in regola, altrimenti vi scenderemo le teste uno per uno,
voce di Dio voce di popolo". L'insulto non piace al Consiglio né
tantomeno al sindaco che ne vuole ordinare l'arresto, ma poi l'assise
decide di fare un rapporto all'Intendente. Le accuse contro il Miranda non
sono solo relative all'episodio nel corso della processione visto che
questi "pochi momenti prima della processione avendo radunato un buon
numero di villici nella pubblica piazza s'insinuava col popolo a
dissuaderlo di pagare qualunque siasi imposta e che in caso di procedure
avrebbero potuto bastonare anche gli uscieri comunali; e questo fatto è
stato uso farlo quasi ogni Domenica carpendo l'occasione che la classe
degli agricoltori trovasi tutta in paese; da ciò ne è nata la
conseguenza di essersi impossessata l'idea nel volgo che assolutamente non
deve pagarsi imposta alcuna...". Il Miranda è un tipo da tenere
sotto stretto controllo e queste manifestazioni sono pressocché normali
quando si passa da un regime all'altro e la gente non vive molto
agiatamente.
Di tenore opposto è l'altro episodio che si verifica a Comiso tra la fine
del 1861 e l'inizio del '62. La politica incerta dei governi piemontesi
nel risolvere la questione romana è motivo di esasperazione per i
liberali che vedono così lasciata a metà l'unificazione. La nascita del
"Partito d'azione" con l'obiettivo dell'Italia unita e di
Vittorio Emanuele re costituzionale in Campidoglio ha fatto nascere
nell'animo dei patrioti la convinzione che per volontà di popolo deve
completarsi la rivoluzione anche a costo di mettersi contro tutta
l'Europa. Il partito d'azione fa proseliti anche in Sicilia al punto che
anche a Comiso viene fondata una sezione del partito con il nome di
"Società unitaria italiana" detta in seguito
"Emancipatrice" sotto la presidenza onoraria di Garibaldi e con
sede nella casa del prof. Mariano Scilla che ne è il fondatore e
l'animatore. Una congiura di liberali è scoperta a Comiso tra la fine del
'61 e l'inizio del '62 e di cui l'elemento avanzato è fra Gaetano
Rimmaudo già altre volte al centro di queste iniziative. Gli arresti che
seguono e che vedono finire in carcere il patriota comisano Michele Adamo
invece di sopire le spinte liberali li fa crescere sempre più a tal punto
che i soci dell'Unitaria, in reazione alla scoperta della congiura e agli
arresti vanno giù duri contro il dominio temporale del papa, le decime
ecclesiastiche e la manomorta lanciando una sottoscrizione popolare.
Questa iniziativa non da alcun risultato e pensano di rincarare la dose
lanciando un'altra petizione, questa volta a firma dei soli ministri del
culto. La "Dichiarazione degli ecclesiastici di Comiso contro il
dominio temporale del Papa" è firmata da 68 sacerdoti tra i quali
non tutti firmano spontaneamente. Stanganelli riporta l'episodio di padre
Giancrisostomo Garofalo il quale denuncia "per le stampe, le
arroganti e violente maniere adoperate dai liberali, per estorcere ai suoi
colleghi in sacerdozio, la loro firma, che egli diceva, non volle dare e
che ciò malgrado figurava tra i firmatari". Ecco, infine, il testo
di quella petizione:
"I sottoscritti componenti il clero regolare e secolare di questo
mandamento, dichiarano solennemente in faccia alla patria, al Governo ed
all'Europa tutta.
1 - Essere loro unico voto politico - Italia Una e Vittorio Emmanuele Re
seduto in Campidoglio.
2. Avversare l'ostinatezza del Cardinale Antonelli e di De Merode, perché
ingiusta e contraria allo scopo.
Ed in conseguenza invocano a decoro del sacerdozio, e per l'unità della
Chiesa Cattolica, che il Santo Padre, supremo Gerarca di essa,
abbandonando i consigli degli uomini, ed ispirato da Dio, ceda alla
volontà della nazione, e così cesserà lo scandalo, che qual barriera
insormontabile, divide il gregge di Cristo dai pastori cui egli affidavalo.
Son pregate le Autorità del Regno inserire nei giornali questa nostra
unanime dichiarazione, e sommetterla al Governo come di legge. Oggi in
Comiso il 18 febbraro 1862".
Tra i firmatari figurano i nomi di sacerdoti che hanno preso parte attiva
nella vicenda risorgimentale e che in quel periodo erano anche
consiglieri. Tra gli altri don Rosario Cabibbo, padre Fedele, padre
Gaetano Rimmaudo, preposto don Vincenzo Meli ed altri sicuramente e
sinceramente liberali e che auspicavano un cambiamento della situazione
politica.
La sottoscrizione è inviata il 24 febbraio 1862 al prefetto ed è
interessante sottolineare cosa scrive il sindaco nel biglietto di
accompagnamento: "Però mi è forza chiederle scusa se la carta
portante tale dichiarazione sia un poco maltrattata poiché firmata da
persone di età troppo avanzata ed a qual uopo le ne annetto un dupplicato
in copia...". |