| Palermo. L’introduzione a un libro di vecchie fotografie
("Comiso ieri") lo ha tradito. Piacquero a tutti, quelle pagine;
molti chiesero notizia di chi le aveva scritte; qualcuno ebbe il sospetto
che dietro quelle pagine altre ce ne fossero chiuse nei cassetti, segrete.
Gesualdo Bufalino tentò di difendersi: offri, a schermo, una preziosa
traduzione delle preziose "Contrerimes" di Toulet, poi un’antologia
che Acutamente raccontava vita, passione e morte del personaggio nella
letteratura occidentale. Ma si insistette (e chi insisteva era Elvira
Sellerio: e non c’è schermo o riparo quando lei vuole qualcosa): e
Gesualdo Bufalino tirò finalmente fuori la "Diceria dell’untore":
con esitazione e in tutti i modi sconsigliandone la pubblicazione. Ma tra
qualche giorno, pubblicato dall’editore Sellerio, la "Diceria"
sarà in tutte le librerie: e si può immaginare lo stato d’animo di
Bufalino.
Questo stato d’animo lui lo analizza, lo spiega, lo racconta.
"Parto da un punto fermo: che vi siano scritture morali che è un
debito rendere pubbliche... Non è il mio caso, temo; e dunque perché
esibirmi? In quello che scrivo sospetto sempre 1’abbandono a un’operazione
di bassa lussuria, una sorta di interminabile, falsificato pettegolezzo su
di me, da destinare dunque a un uso strettamente privato. E’ una
presunzione, lo ammetto: e forse messa avanti per non confessare una rara
vigliaccheria: quella di patire la pubblicità come fosse un redde
rationem, una gogna, un sentirsi nudi e umiliati come di fronte a una
vestita commissione medica di leva. Chiamo questa mia sindrome col nome di
Wakefield, quel personaggio di Hawthorne, un vicario, che lascio la
propria casa per andare ad abitare in quella di fronte: per spiare,
invisibile e suppongo felice, la vita della propria. "Sindrome di
Wakefield". Cui è da aggiungere un totale rifiuto del sentimento di
agonismo. Perdere mi è sempre piaciuto. Perfino a scacchi (ero assai
bravo da ragazzo) preferivo giocare un tipo d’impegno che si chiama
automatto, e consiste nel costringere l’avversario a vincere suo
malgrado... Ma a questo punto mi chiedo: sto dicendo la verità? In un mio
copialettere ce ne sono una diecina dirette ad editori, a critici.
Non spedite, si capisce, ma... Ecco: anche con la signora Sellerio e
con lei non sono stato, io a muovere, sia pure pudicamente, le cose? D’altra
parte, quando lei mi chiese notizie dei miei cassetti, ammisi le
traduzioni ma tacqui del romanzo, che svelai mesi dopo, e non
spontaneamente... Curioso ingorgo! Da un lato gli stimoli di un’onesta
ambizione, dall’altro, con segno più forte, il presentimento che un
eventuale destino di scrittore contenesse non so che semi di sinistra
avventura..."
A questo punto della vita, dopo aver pubblicato una ventina di libri e
aver conseguito un certo successo, una certa notorietà, posso dirle che
la mia esperienza conferma i1 suo presentimento: si tratta di un’avventura
davvero sinistra. Ma il fatto è che non si può non correrla. E’
statisticamente impossibile sfuggire a un simile destino; e il suo caso
stesso è di incremento alla statistica. Tutto è accaduto, nei primi
dieci anni della nostra vita: per quanto si temporeggi, si rimandi, si
allontani, quel destino sta in agguato, pronto a coglierci al primo
abbandono, alla prima distrazione; e, in certi casi, anche oltre la vita.
Vero è che si può dire di ogni uomo, che tutto è avvenuto nei primi
dieci anni di vita; ma di uno scrittore particolarmente.
"Sì, penso che i primi dieci o dodici anni di vita ci prefigurino
interi, e ho qualche ricordo per confortare l’ipotesi: un giorno, a sie
anni, trascino mia madre da una strada all’altra del mio pases per
farmene leggere le targhette, imparare i nomi e abbozzare con essi un mio
primo rudimentale Pantheon mnemonico. Una pulsione al censimento dell’universo
assai forte sin da allora. Più tardi, tra i 35 e i 45 anni, lavorerò per
mio semplice utile e gusto a un interminabile libro dei libri, una specie
di summa di citazioni alla Bouvard e Pècuchet. Altro ricordo: rubo in una
bottega di pescivendolo un fascio di giornali da avvolgere. Sono scoperto,
svergognato. Soprattutto perchè avrei potuto averli tranquillamente in
regalo. Devo concludere che il mondo della scrittura m’appariva
precocemente appetibile e proibito, connesso comunque a un’infrazione, a
una pratica furtiva."
Lei è nato a Comiso nel ’20 e vi ha passato quasi tutta la vita,
fino ad ora. Io sono nato a Racalmuto un anno dopo e ve ne ho passato
mezza. Penso che la sua condizione e la mia, negli Anni Trenta in cui
abbiamo cominciato a leggere il mondo attraverso i libri, sia stata la
stessa. I pochi libri che si - trovavano in caso, vecchie riviste, vecchi
giornali. la "Domenica del Corriere"; e. gli scrittori russi in
edizione Barion o Bietti.
"Mio padre, fabbro ferraio, coltivava assai la lettura: possedeva
un Dante- Dorè, ’un "Ortis", un Melzi 1909, un "Fabbro
del convento", un "Guerino", "Il mistero del
poeta" di Fogazzaro; e "I miserabili". Lo lessi non so
quante volte, "I miserabili": stranamente – ma forse no –
ero affascinato dalle divagazioni epicoliriche, dagli sproloqui a tavola
di certi personaggi, dai calembours sulle barricate... Poi ci fu
"Guerra e pace", Natascia in slitta sulla neve mi rapì..."
- Perfetto. Una sola variante, per me: di Fogazzaro c’era, tra i
pochi libri di casa, "Malombra"... A scrivere, immagino,
cominciò con dei versi.
"Con un sonetto, a undici anni... Lo conservo, ho conservato
qualunque inezia, della mia vita... Poi, fino a vent’ anni, scrissi
poesie a centinaia: a rileggerle parrebbero di cinquant’anni prima. Ma
nessuno in quegli anni mi parlò di Ungaretti, di Montale..."
- E c’era il fascismo.
"Il fascismo a chi vi era nato dentro e non aveva la fortuna di un
incontro eretico, appariva naturale come la famiglia a un bambino. Credo
fosse, questo, uno dei suoi veleni più neri. Io lo accettavo col solo
blando astio che poteva nascermi dalla renitenza ai salti e alle arti
marziali. Solo quando mi occorse di vincere per la Sicilia (era il ’39)
un premio di prosa latina e mi recai a Roma per essere ricevuto, assieme
ad altri vincitori, da Mussolini solo allora, mentre per la posa di rito
tutti si precipitavano a mettersi in vista, un istinto e un ribrezzo mi
spinsero a ritrarmi alle spalle di tutti. Aggiungo che mi sentii
confusamente oggetto di una scaltra tecnica di persuasione, se non di un
bluff, quando lui disse, a lode dell’universale Roma, che quella stessa
mattina aveva conversato in latino con I’ambasciatore ungherese. Il
quale, aggiunse per un di più di naturalezza, aveva però sbagliato una
concordanza: nos, quae... Altro premio, sempre al liceo, lo vinsi per un
tema sull’ E42: all’inaugurazione dell’Esposiziurie, mi avrebbero
fatto soggiornare a Roma per due settimane. Ma I’Esposizione non ci fu,
ci fu la guerra ."
- La guerra, la malattia. E dalla ’ malattia questa "Diceria
dell’untore"...
"Ma anche i tanti libri che lessi. A Scandiano, in ospedale, ebbi
un colpo di fortuna: il primario, coltissimo uomo, aveva trasferito, a
salvarla dalle bombe, la sua enorme biblioteca in un magazzino dell’ospedale.
Me ne diede le chiavi. Fu il mio ingresso nell’Europa. Tra I’altro,
lessi Proust in francese, braccandone i volumi senz’ordine, di sotto le
pile gigantesche..."
- E così, fuori dalla Sicilia e come casualmente, le è accaduto quel
che ad ogni siciliano colto accade nell’ordine delle cose: l’ancoraggio
alla cultura francese.
"Appunto. Ma già, tra i sedici e i diciotto anni, avevo fatto un’esperienza
fondamentale: da una traduzione in prosa italiana avevo ritradotto
macaronicamente in francese Boudelaire. Inseguivo l’alito delle cadenze
originarie. Più tardi, quando ebbi il testo originale, I’ho tradotto e
ritradotto in italiano. Ma non ho soltanto tradotto Baudelaire, dal
francese. Sulle "Contrerimes" di Toulet mi sono affilato
lungamente. Sempre per il mio piacere, s’intende: anche se quella mia
traduzione delle "Conireriincs" sta ora per pubblicarsi."
- Abbiamo in comune anche Baudelaire nella traduzione in prosa di Decio
Cinti, se non ricordo male, e in edizione. Sonzogno. Non mi sono attentato
a ritradurlo in francese, ma l’ho tradotto in italiano quando ho avuto
tra le mani, nell’immediato dopoguerra, il testo francese curato da
Giovanni Macchia. Mi è facile dunque immaginare che anche il cinema
francese, tra il ’37 e il ’40...
" E anche oltre. Per molti anni il basco di Michèle Morgan e le
calze di Arletty e Louis Jouvet che recita Verlaine mentre lo arrestano
("Dans le vieux parc solitaire et glacè") oppure scende
regalmente tra due infermieri le scale d’un ospizio declamando il
"Don Juan"; per molti anni questi mi parvero i culmini d’ogni
sentimento d’arte. Solo dopo la guerra entrai nella buccia più vera di
una civiltà seducente; e furono allora Montaigne e Pascal, gli
illuministi... Mi sento, e sono, un francesista selvaggio, dimezzato. Ma
in Francia, purtroppo, non sono stato per più di quindici giorni ".
Questo le varrà l’accusa, da parte di qualche critico, di aver
fatto, con la "Diceria dell’untore"", un libro molto
francese. Certo, molto italiano non è. Ciò non toglie che sia – almeno
io cosi lo sento – molto siciliana.
"Con la Sicilia i miei rapporti sono di qualità schizofrenica. E
tuttavia, più mi sforzo di sbucciarmi di dosso la pelle indigena e di
promuovermi "totus europeus", più tendo a raccogliermi e
ricucirmi dentro la mia terra e la mia civiltà. Mi ricordo che un giorno,
a Colonia, nel ’64, durante un viaggio in macchina con un amico, fui
colto da un così straziante crepacuore di fronte a un cielo che parlava
una lingua lontana che rifuggii verso il Sud a precipizio, sentendo ad
ogni pietra miliare che mi ci avvicinava una vampata di felicità ".
- E il libro: da quale esperienza è nato, per quale necessità?
"L’ho pensato e abbozzato verso il ’50, I’ho scritto nel ’71.
Da allora, una revisione ininterrotta: fino alle bozze di stampa. Mi è
venuto dall’esperienza di malato in un sanatorio palermitano: negli anni
del dopoguerra, quando la tubercolosi uccideva e segnava ancora come nell’Ottocento.
Il sentimento della morte, la svalutazione della vita e della storia, la
guarigione sentita come colpa e diserzione, il sanatorio come luogo di
salvaguardia e d’incantesimo (ma "La montagna incantala", è
evidente, non ha giocato per nulla). E poi la dimensione religiosa della
vita, il riconoscersi invincibilmente cristiano. M’importava esorcizzare
quell’esperienza; ma soprattutto mi urgeva coagulare eventi e persone
intorno a un centro di parole che avevo dentro. Confesso che il primo
capitolo che scrissi, fu come un gioco serio: e consisteva nel trovare
intrecci plausibili fra 50 parole scelte in anticipo per timbro, colore,
carica espressiva. Qualcosa di meno maniacale delle scommesse di Roussel,
essendo nel mio caso il legame tra le parole scelte non casualmente
ritmico, nè esoterico o cabalistico, ma insorgente da una parentela e
coalizione espressiva e musicale, così come da un re, da un sol minore
premeditato, nasce una sinfonia..."
Leonardo Sciascia |