| La mostra raccoglie 50 fotografie (in gran parte in bianco
e nero) che compendiano un vero e proprio album nel quale sono fissati
quindici anni della vita dello scrittore comisano, colto in momenti
pubblici e privati da un fotografo che lo ha seguito nel suo percorso
artistico senza mai perderlo di vista, fino alla morte: con Abbado,
Vigorelli, Guccione, Sciascia, Consolo, Sellerio; e poi con la moglie, la
madre, a cena con amici di Comiso e in diversi altri momenti. La mostra
fotografica restituisce l'immagine di uno scrittore appartato sì ma con
grandi aperture verso le relazioni e le amicizie più sentite, un uomo nel
cui volto umbratile era frequente disegnarsi un sorriso.
Teniamolo presente, mentre deambuliamo tra questi cinquanta magistrali
ritratti fotografici di Giuseppe Leone che con Giovanni Iemulo ha
impaginato come un album di famiglia. Forse anche il senso del titolo di
questa mostra è duplice: perchè le fotografie ritraggono Bufalino con i
familiari e gli amici più cari ma offrono anche la sua scarna figura alla
famiglia affezionata dei suoi lettori. Sappiamo tutti dell’alterna
vicenda di ritrosia e liberalità con cui Bufalino gestiva i suoi rapporti
con i mezzi di comunicazione: contava certamente sull’effimera durata d’un’intervista
o d’un servizio televisivo. Sapeva bene, invece, che con la fotografia
il discorso era diverso: ripeté in vario modo più volte che tra
fotografo e soggetto fotografato c’è il medesimo rapporto che fra l’esecutore
e il condannato, che il fotografo assoggetta la vittima alla voracità del
suo occhio, che egli è un cecchino, un ladro, una spia. Ma soprattutto un
artista. E se Giuseppe Leone è, teste ancora Bufalino, "uno dei più
valenti fotografi d’Italia", allora è anche un cecchino fra i più
pericolosi. Invano Bufalino tenta di difendersi dietro perenni occhiali
scuri. Leone gli ruba l’anima e la restituisce a noi lettori.
Guardiamolo, a colloquio con Sciascia e Consolo, fluviale compensatore
degli altrui silenzi, ma anche convitato a bonari banchetti di campagna;
o, in maniche di camicia a righine, all’ingresso del castello di
Canicarao, quasi ad accogliere gli ospiti di quella che, bambino,
fantasticò sua dimora avita. Guardiamolo, timidamente a mani in tasca ma
sorridente e felice, per le vie della sua Comiso, o a Comiso
impegnatissimo in eterne partite a carte. Guardiamone le mani, sempre
elegantemente gesticolanti, di fronte al bel viso d’un’attrice o
perdute davanti a una finestra. Guardiamolo, seduto su un divano, a
braccia larghe, assorto - quasi insidiato da immagini sacre incombenti sul
suo "cristianesimo ateo e tremante". Guardiamolo, nell’intimità
violata della casa: protettivamente proteso verso la moglie o impettito
come a guardia della madre, in due fotografie in diverso modo
straordinarie proprio per la loro apparenza di semplici ritratti in posa,
all’uso antico, ma sprigionanti - in realtà - più d’un significato
segreto.
Infine guardiamolo guardare l’obiettivo come guardando in faccia la
morte, infagottato nella sua popolatissima solitudine, al centro d’uno
spazio a lui caro: splendida foto riassuntiva, bufalinianamente giocata da
Leone in un alterno gioco di luce e di buio.
Ad ogni modo, al di là delle differenze tra una foto e l’altra, e
magari indovinando gli occhi celati dagli occhiali scuri, indovinandoli -
dico - da un gesto o da una postura, un’impressione se ne ricava, quella
di una persistenza. E, parafrasando maldestramente quel saggio di Sciascia
che concepiva il ritratto fotografico come un’entelechia, non da uno
solo di questi ritratti di Leone ma dal loro insieme così suggestivo si
ricava la conferma di un sospetto: che Gesualdo Bufalino, come il suo
Tommaso Mulè, sia stato, in ogni momento della sua vita, un uomo a cui
"da ragazzo piaceva il rumore della pioggia".
Giuseppe Traina |